|
|
![]() Shingo Araki
Nome: Shingo Araki L'essenza dell'animazioneLa storia del fumetto e dell'animazione giapponese è piena zeppa di opere, personaggi e autori che l'hanno segnata, in un senso o nell'altro. Già, ce ne sono tanti, ma così tanti, che poi i loro nomi diventan spesso tutti uguali, si mischiano, si confondono, per il tratto che usano, per le storie che inventano, per i protagonisti che creano, a volte addirittura per i titoli che usano per le loro serie. Ma in tutte le cose e le situazioni della vita ci sono quelli che hanno la capacità di eccellere, di uscire dalla "mediocrità" (che brutto termine...passatemelo, please...), di elevarsi al di sopra del popolo (dottore, lo stiamo perdendo!) e di "creare". Sì, creare, o se preferite inventare qualcosa che resti per sempre nell'immaginario del pubblico tanto da esser definito indimenticabile. Insomma, pensate a chi ha creato una serie animata pazzesca come "Ashita no Joe" ("Rocky Joe" per il pubblico italiano), quello certamente non sarà più scordato! Oppure provate a immaginare, non so, a chi ci ha esaltato con "Versailles no Bara" (ovvero "Lady Oscar" per noi abitanti della Terra dei cachi), quel tipo ha ormai il suo nome scolpito per sempre nella memoria di due, forse tre generazioni di mocciosi di tutto il mondo! E che so io, pensate al tizio che ha dato forma e movimento a "Goldrake", beh, quello di certo ormai fa parte dell'Olimpo degli anime-dei! Perfetto! Ora pensate che le persone che han fatto tutto quello di cui sopra...sono una sola! Nell'Olimpo degli DeiShingo Araki nasce il 1 gennaio del 1939 a Sagoya, e non impiega molto a far intendere a chi gli sta intorno cosa voglia fare nella vita: ancora adolescente ha già creato parecchie opere fumettistiche, tanto è vero che a soli diciotto anni viene notato da un mensile pubblicato nella sua città, che gli offre di lavorare alla stesura delle sue pagine "animate". Per qualche anno Shingo sopporta la gavetta più dura, guadagnando poco, lavorando moltissimo (il ritmo della sua produzione era di circa 50 pagine mensili, tremendo a dir poco) e regalando a se stesso ben poche soddisfazioni, se non quelle derivanti dal fare quello che aveva sempre sognato fin da piccolo. Ma, come direbbe il buon Totò, "fenomeni si nasce e Shingo lo nacque!" (credo che dopo questa recensione verrò legato al lampione qui sotto e preso a sassate da tutta la redazione...): la Mushi Production, importante casa produttrice nipponica, nota i suoi lavori, e decide di farlo entrare nel team che sta per creare "Janguru Taitei" (tradotto in Italia come "Kimba il leone bianco"). ![]() Come un fiume che per troppo tempo ha visto le sue acque fragorose venire frenate da dighe ingiuste (quanto mi piace chiacchierare!), l'immenso talento di Araki viene fuori in maniera prepotente durante la creazione del leoncino, meravigliando gli stessi collaboratori e dirigenti della Mushi, certi di aver scovato un perla rara. Gli vengono quindi proposti incarichi a raffica: in quegli anni entra nella produzione di "Ribbon no Kishi" ("La principessa Zaffiro"), "Kyojin no Hoshi" ("Tommy la stella dei Giants", di cui curerà l'animazione di tutte e tre le serie), "Attak! Number One" ("Quella magnifica dozzina"), "Ashita no Joe" ("Rocky Joe"), "Genshi Shonen Ryu" ("Ryu, il ragazzo delle caverne"), solo per ricordare i maggiori successi di quel periodo. Periodo di soli 6 anni, ma durante il quale Shingo prenderà parte alla realizzazione di 17 (avete letto bene...) opere animate. È raro trovare in tutta la lunga storia dell'animazione, giapponese e non, qualcuno che sia riuscito in così poco tempo a fare così tanto. Tutto ciò basterebbe (e avanzerebbe!) a farlo entrare di diritto nel gotha dei "Chara" (i "character designer") e dei "Sakkan" (ossia i supervisori dei disegni), eppure il bello deve ancora venire. Nel 1972 dirige l'animazione di "Mahotsukai Chappi" ("La maga Chappy"), ma soprattutto inizia quella fenomenale collaborazione con il maestro dei maestri dei mangaka, mister Go Nagai (90 minuti di applausi!). "Devilman", "Cutey Honey", "Goldrake" sono tutte trasposizioni animate dirette dalla sua meravigliosa mano (e che la mal...ehm, "benemerita" censura italiana non ci ha permesso di godere nella loro interezza...). E se la prima metà degli anni '70 (durante la quale mette lo zampino anche in "Sam, il ragazzo del West" e "Babil Junior") sono un turbinio di capolavori fuori da ogni precedente, non sono da meno gli anni a venire: nei dieci che vanno dal 1976 al 1986 dirige (soprattutto per la Togai Doga), supervisiona, crea, rende vive opere come "Saraba Uchu Senkan Yamato" (Addio incrociatore spaziale Yamato), "Hana no Ko Runrun" ("Lulù, l'angelo tra i fiori"), "Versailles no Bara" ("Lady Oscar", a mio parere il suo più grande capolavoro), "Ulysse 31", "Gajetto Keibu" ("L'ispettore Gadget"), "Cat's Eye", "Kiss me Licia", "Capitan Harlock", "Tongariboshi no Memoru" ("Memole dolce Memole"), "Glass no Kamen" ("Il grande sogno di Maya"), "Hokuto no Ken" ("Ken il guerriero"). Vi starete chiedendo: ma come è possibile? Ci sono praticamente tutte le maggiori serie che hanno segnato l'animazione giapponese durante gli anni '70 e '80 (e non accetto il solito saputello che mi dice "Sì, ma non c'è Lupin III!", credendo di irritarmi... anzi, mi irrita, perché sia nell'1981, sia nell'83 Shingo partecipa anche all'animazione di "Rupan Sansei"...tiè, secchione occhialuto del primo banco)! In effetti giudicando solo i "numeri", il contributo che Araki ha dato al mondo dell'animazione giapponese ha del pazzesco, del "fuori dal comune", dell'impressionante. Ma si può giudicare un fenomeno solo da quanti goal fa? No! Diego Armando Maradona non è mica diventato "El Pibe de Oro" per il numero di goal che ha segnato, ma anche per come li ha segnati, per i sublimi assist che generosamente regalava ai fortunati compagni di squadra, per i favolosi dribbling che rendevano inutile qualunque tentativo di intervento (un po' come quando il vostro amato redattore calcava i campi di provincia...ah, bei tempi quelli...lo so, sto divagando, lo so...)! Ed è la magia visiva che Shingo Araki ha saputo infondere in ogni suo personaggio, la sua "innata classe", che lo ha fatto entrare di diritto in quell'"Olimpo degli dei" che uno scherzo del destino ha voluto fosse anche il protagonista di uno dei suoi immensi capolavori: "Saint Seiya" ("I cavalieri dello Zodiaco"), datato, tra serie e OAV, 1986-1989. L'esaltazione del belloSe c'è una cosa che si riconosce subito in una qualunque delle opere a cui ha messo mano Araki è che tutto è tremendamente bello! Ogni personaggio è curato nei minimi dettagli, ogni elemento, dai fondali ai protagonisti fino alle azioni che essi svolgono, sono intrisi di eleganza, ricchezza nei colori e nelle forme, precisione nelle piccolezze che ai più sfuggirebbero. Gli ambienti sono sempre ricercati e rigonfi di "lusso visivo", le situazioni sono disegnate con una precisione maniacale che non lascia spazio alla più piccola increspatura che possa "stropicciare" la perfezione raggiunta, i movimenti sono fluidi e "regali", tutto viene a comporsi come se fosse quasi reale. Ma il clou di tutto sono i personaggi nella loro fisicità, sono loro l'elemento nel quale la capacità visiva di Araki si evidenzia ed esplode in maniera roboante: l'esilità e la flessuosità dei corpi, non solo femminili, sono il suo marchio di fabbrica, elementi poi copiati da non pochi animatori che in lui vedono una sorta di guru. Il modo in cui si muovono, lottano, si amano sono qualcosa che raramente è stato raggiunto da un altro animatore, tanto è vero che il suo modo di "rendere l'animazione realtà" è stato preso a modello da tutta la successiva generazione di "Character designer" giapponesi. I visi, capaci da soli di rendere vero qualunque tipo di sentimento, gli occhi grandi ed espressivi, i capelli fluenti, ogni cosa richiama la grandiosità della mano dell'autore e dei suoi collaboratori. Perché Araki non è solo un animatore immenso, ma è anche un grande organizzatore, capace di dar vita alle collaborazioni più redditizie e di circondarsi delle persone giuste, degli assistenti migliori, dei maggiori talenti che la scuola/fucina giapponese sapeva creare: gente come Nagai, Kurumada, la Ikeda e la Himeno hanno di certo reso più semplice l'opera di questo genio, fornendogli i soggetti e il supporto più appropriato alle sue indubbie capacità creative. Dopotutto anche Maradona aveva intorno campioni come Careca, Valdano, Burruchaga, fantastici nel ruolo di scudieri.
Copyright © Animanga Netgate Written by: Ataru
Original work: Shingo Araki This work is licensed under a Creative Commons License |